[…] Il linguaggio del giovane artista è l’esito di una elaborazione stilistica di queste fasi e allora capita che le immagini digitali, dalle quali egli parte come punto di ispirazione, si sviluppino nella pittura acrilica con il “sapore” dei sogni irraggiungibili.
Le cromie, una gamma limitata di quattro, al massimo cinque colori, sono tratte da foto digitali, elaborate digitalmente e riprese con campiture piatte ad acrilico. Una scelta questa che accentua la generale sensazione di straniamento.
Siamo “fuori dalla realtà”, siamo in una dimensione artificiale, sia quando si descrive il caos (e, in questo caso, l’essere “fuori” è dato dal fatto di non essere “dentro la realtà” autentica dell’essere umano, in quanto piegati a una dimensione che fa delle persone delle schegge impazzite) e siamo “fuori dalla realtà” anche quando Falsaci racconta la dimensione ideale di una agorà virtuale, risposta filosofica ai molteplici intrecci delle vie urbani brulicanti di vita e, al tempo stesso, somma di solitudini.
Ci vengono alla mente le dichiarazioni di Italo Calvino intorno al suo capolavoro Le città invisibili (1972): lo scrittore ammetteva di avere elaborato una sorta di ultimo poema d’amore alle città, proprio nel momento in cui diventa sempre più difficile viverla come tale, un sogno nato dalla crisi.
A distanza di anni, nel 1999, Claudio Magris riprende nel suo Utopia e disincanto una riflessione tanto semplice quanto illuminata: “L’utopia dà un senso alla vita perché esige, contro ogni verosimiglianza, che la vita abbia un senso”. Lo stesso autore confessa che tale impegno non si esaurisce mai: “Il mondo non può essere redento una volta per tutte e ogni generazione deve spingere, come Sisifo, il suo masso, per evitare che esso le rotoli addosso schiacciandolo”.
Ecco allora la risposta di una nuova generazione, ecco l’impegno a “spingere il masso”, con i mezzi della pittura. Falsaci ne è pienamente consapevole e non tragga in inganno la sensazione che avvolge chi si avvicini una prima volta al suo lavoro.
Inizialmente si viene catturati dal piacere di una pittura squillante, essenziale, alla ricerca di semplificazione del soggetto ma subito dopo si percepisce che siamo già entrati nella sua deliziosa trappola e che il piacere della visione è, in realtà, il primo mezzo per esprimere concetti ben più profondi.
L’artista ci accompagna alla visione per denunciare quanto sia disumano il nostro percorrere le strade del mondo senza mai raggiungere un punto di incontro reale con l’altro da sé, nella luce solarizzata si mettono a nudo le fragilità delle persona, l’insaziabile (e non saziato) desiderio di armonia, le città ostili. […].